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Baretta (Pd): 'Serve separare comuni da case da gioco'

  • Scritto da Redazione

Secondo l'ex sottosegretario al Mef, Pier Paolo Baretta, occorre separare la proprietà, o almeno la gestione, dei Casinò dai Comuni che oggi la detengono. 

“C’è stato un tempo in cui si pensava che banche pubbliche e Casinò non sarebbero mai falliti. Poi le banche hanno vissuto una crisi profonda e quelle pubbliche sono diventate private, ma il problema di impedirne il fallimento, per evitare ricadute di sistema, è rimasto; tant’è che pur di evitare le drammatiche conseguenze qualora fosse fallito il Monte Paschi, lo si è ‘nazionalizzato’”.

L'ex sottosegretario all'Economia con delega ai giochi, Pier Paolo Baretta, torna ad affrontare la questione casinò, alla luce del fallimento di una delle quattro case da gioco italiane, quella di Campio d'Italia.

“Invece, smentendo quanto si pensava – aggiunge – un Casinò, quello di Campione d’Italia, è fallito! Da anni la crisi della casa da gioco condizionava la salute del Comune, una enclave italiana in territorio svizzero, che vive sostanzialmente del giro di affari prodotto dal Casinò, ma che, in più è esposto alle fluttuazioni del cambio e all’aggravio di costi derivanti dalla particolare collocazione geografica.

Nella precedente legislatura abbiamo cercato di arginare le difficoltà sostenendo finanziariamente l’ente locale (individuando anche un meccanismo strutturale legato alle oscillazioni del franco svizzero), ma ponendo come condizione la progressiva separazione tra Comune e casa da gioco. Con la accelerazione della crisi e la dichiarazione dello stato di fallimento i nodi sono tutti arrivati al pettine e necessitano di una strategia che affronti entrambi gli aspetti del problema: il destino di una anomalia quale è quella di Comune italiano a tutti gli effetti, ma incastonato in un altro Paese e il destino di una industria, il Casinò, che ha delle potenzialità, ma impraticabili senza una idea di prospettiva”.

“Se aggiungiamo i gravi problemi occupazionali che si sono creati ed il danno di immagine che ne deriva al territorio, c’è ben da sperare che ci sia un rapido intervento per riprendere l’attività. Vi sono, dunque, sufficienti ragioni per chiedere alla Regione e al Governo di prendere in mano la vicenda e, intanto, riaprire la sala da gioco (i lavoratori, con la loro proposta di costituire una cooperativa, hanno gettato un pesante sasso nello stagno); ma non senza affrontare la questione della gestione del Comune. Ma perché ciò avvenga serve, innanzi tutto, volontà politica. Il diffondersi di una linea anti gioco, che pur mossa da giuste ragioni, la lotta alla ludopatia, sfocia spesso nel proibizionismo, non far ben sperare; anche se, va detto, che pure tra i ‘no slot’ c’è sempre stato il riconoscimento della specificità dei casinò. Ma, serve anche, un serio piano industriale. Infatti, la chiusura del Casinò di Campione introduce un precedente che non può non preoccupare anche il resto del comparto”. “La crisi, infatti, riguarda anche gli altri Casino – afferma ancora – (solo Venezia accenna ad una modesta ripresa). Eppure queste difficoltà sono in controtendenza rispetto al settore del gioco, che movimenta circa 100 miliardi di giocate all’anno”, afferma ancora.

Secondo Baretta “le ragioni delle difficoltà dei Casinò sono di due ordini di motivi. Il primo è, per l’appunto, la spietata concorrenza che è esplosa nell’ultimo decennio da parte delle sale gioco diffuse, dei videogiochi e delle lotterie istantanee. Concorrenza destinata a crescere con la diffusione del gioco on Line. La seconda è, proprio, l’assetto proprietario che è in capo ai Comuni. I quali, sempre a caccia di risorse, anche i Comuni hanno attraversato una crisi finanziaria pesante in questi anni e, nonostante le misure introdotte, la parità di bilancio resta un obiettivo difficoltoso, hanno, per lungo tempo, beneficiato delle elargizioni che le case da gioco immettevano nei loro bilanci. Con la crisi questo meccanismo si è inceppato, ma la richiesta ai Casinò di finanziare l’Ente locale, anche se ridotta, è continuata”. Per l’ex sottosegretario, “alla luce di queste riflessioni la strada da percorrere appare indicata. Separare la proprietà, o almeno la gestione, dei Casinò dai Comuni che oggi la detengono – conclude Baretta – o, al minimo, rinnovarne la natura e la qualità, anche attraverso una loro consorziazione, anche col coinvolgimento degli operatori privati e definire un piano di ristrutturazione e rilancio che affronti la crisi non caso per caso, ma come un pezzo di una strategia generale sul gioco pubblico”.
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