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Campione: buona la prima e via il vecchio 'quantum' ammazza-casinò

Il Casinò Campione d'Italia torna in attività con buoni risultati, buone chance di stabilità con la definizione del nuovo contributo al Comune.

Occhi puntati verso il futuro, dove non mancano di certo i punti interrogativi, ma tenendo ben presente i motivi che hanno spinto il Casinò Campione d'Italia verso una crisi che sembrava irreversibile ma i cui motivi vanno valutati con grande attenzione, anche allo scopo di non ripeterli.

Il Casinò di Campione di Italia ha riaperto le porte seguendo il piano di concordato in continuità che non prevede “iniezione” di nuova finanza per la “ripartenza” ma con una drastica revisione del contributo annuo al Comune, finalmente tornato al livello medio del settore, che consente da un lato di sostenere le casse comunali e dell'altro di realizzare il piano di rientro del debito, pari a 130 milioni di euro e che vede come primo creditore proprio la proprietà, vale a dire il Comune.

Sono dunque state superare le previsioni dell'allora commissario governativo Maurizio Bruschi, che stimava in 50 milioni di euro i costi da sostenere per la ripartenza, una bella differenza con i 0 euro che sono serviti nella realtà.
Per capire e far capire meglio la vicenda sotto il profilo economico e giuridico Gioconews.it ha cercato di analizzare il piano concordatario in continuità, dal quale si evince che nel 2017 l'Ebitda al lordo di contributo e Comune più Imposta sugli intrattenimenti, secondo la modalità di calcolo consolidata nel settore dei casinò nazionali, sia stato di 20.167.000 euro.

Il primo anno di piano ha un’Ebitda (a parità di calcolo) di 16.474.000 euro, il secondo anno di piano 28.361.000 per poi crescere ulteriormente nel trienno successivo con il raddoppio di fatturato tra primo anno e quinto anno.
Da questi dati emerge che anche la gestione 2017 si sarebbe potuta impegnare in un progetto di ristrutturazione del debito, probabilmente in un tempo di poco superiore a quello decennale, se il contributo (più l'Isi) che la società di gestione doveva versare alla proprietà fosse stato simile a quella attuale, vale a dire l'11, 12 percento del fatturato.

C'è poi da capire dove nascono gli attuali 130 milioni di debito, che vanno contestualizzati in un progressivo crollo del cambio euro/franco svizzero dal 2009 in poi.

Ragionando in termini più generali dell’ammontare complessivo dei costi del Casinò espressi in franchi, tra il 2010 e il 2017 il Casinò sosteneva costi per un totale di 780,3 milioni di franchi, equivalenti a 646,9 milioni di euro. Se, nel medesimo periodo, il cambio fosse stato pari a 1,51 (ovvero pari al valore registrato prima dell’inizio della crisi nel 2009) i costi in euro sarebbero stati pari a 516,7 milioni, con un risparmio complessivo di 130,2 milioni di euro.

Questo dato dovrebbe avviare una riflessione su come probabilmente oltre 100 milioni di euro di debito derivano da fatti macroeconomici e si deve inoltre ricordare come il Casinò di Campione d’Italia, diversamente dagli altri Casinò nazionali, si vide definire il “quantum” da una legge del 1998, che prevedeva una crescita del “quantum” in franchi svizzeri senza tener conto dell’andamento aziendale e del cambio della valuta.
Per esempio, nel 2012 la fotografia del contributo alla proprietà da parte dei casinò italiani era la seguente, e sempre proporzionata al fatturato di gioco: Campione di Italia 59 percento + 6,7 percento = totale (contributo + Isi) 65,7 percento; Venezia 25 percento; Sanremo 16 percento; Saint Vincent 10 percento.

La legge che orevede la possibilità di rideterminare in modo pattizio il quantum è del 2012, trovando piena applicazione nel 2015, mentre bisogna arrivare al 2017 per la legge che fissa un contributo statale sino a 10 milioni di euro al Comune proprio per il tema cambio.
Ma certamente, se il Comune ha potuto (oltre che voluto e dovuto) rivedere al ribasso il suo "quantum", fissando un importo oggi realistico e sostenibile, è anche "grazie" alla sua radicale riorganizzazione, rispetto all'organico sovradimensionato degli anni passati che si riversava a cascata con grandi richieste al Casinò e che poi, con la dichiarazione di dissesto dell'ente, non gli è stato più consentito.

 

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