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Casinò tricolori in cerca di regole, con lo sguardo alla Francia

I casinò italiani attendono ancora una legge che dia risposte ai richiami della Corte costituzionale, ecco intanto l'esempio della Francia.

Desiderando fare un veloce confronto tra l’Italia e la Francia in materia di gioco d’azzardo e, in particolare di casinò, ho fatto una breve ricerca trovando da scrivere, molto probabilmente, quel poco per esporre la situazione dal mio punto di vista.

La prima regolamentazione del gioco d’azzardo risale, in Francia, al 1907 e ha subito successive modifiche nel 1959, nel 2007 e nel 2012; ciò riveste una non modesta rilevanza nel discorso.
Innanzi tutto occorre dire che è il Ministero dell’interno francese che autorizza l’apertura di una casa da gioco. Il comune interessato presenta una copiosa documentazione nella quale dimostra una importante rilevanza in campo turistico. Questa è la principale motivazione che consente il placet del Ministero.

Una volta avuta l’autorizzazione il comune indice un bando di concorso allo scopo di reperire un gestore che deve corrispondere a specifiche qualità e che si farà carico di specifiche obbligazioni determinate da quello che, localmente, si chiama chaier des charges e da noi contratto di oneri di concessione o disciplinare, con una società di gestione a capitale privato o pubblico.

Il gestore deve corrispondere al comune una imposta sul reddito che va dal 35 al 50 percento, non posso garantire il quantum ma sicuramente esiste l’imposizione.
Come ho già riferito in un mio precedente articolo, la Corte Costituzionale ha invitato il Parlamento a legiferare in materia di case da gioco lamentando la completa assenza di una normativa organica. Durante i primi anni del 1990 si cominciò a parlarne sia alla Camera che al Senato della Repubblica ma non è stato concluso assolutamente nulla.

L’ufficio studi del Senato durante la XVII legislatura aveva a disposizione l’esame della normativa sui casinò in Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. La richiamata legislatura mi pare è stata dal 2013 al 2017, quindi non troppo distante nel tempo.
Ora c’è da chiedersi e io ridomando a me e a voi per quale motivo, stante le motivazioni atte ad avere una casa da gioco sul proprio territorio e non si può sottacere la particola vocazione turistica di molti comuni italiani, non sia stato ancora possibile addivenire ad un compito cui la Suprema Corte Costituzionale ha richiamato il Parlamento.

Credo sia il caso di rammentare la ratio che conforta i decreti luogotenenziali del 1927 e 1933 e del Presidente del Consiglio della Valle d’Aosta del 1946 che, nel tema in discorso, dovrebbero rivestire un certo interesse e la dovuta considerazione.
Nel discorso, in chiusura, mi piace ricordare la rilevanza che il comparto turistico nel suo insieme ha sul prodotto interno lordo nazionale. Mi pareva doveroso proporre un raffronto tra la situazione italiana che presto riavrà in esercizio i suoi quattro casinò e quella francese che ne può contare circa 200.

Anche se trattasi di argomenti di sicuro e primario interesse allorché si disquisisce di gioco d’azzardo, autorizzato o meno, non posso fare a meno di puntualizzare ciò che avviene sempre e comunque in una casa da gioco italiana: chi vi accede deve forzatamente essere maggiorenne, la presentazione di un documento di identità è obbligatoria; se il frequentatore affetto da ludopatia e la famiglia ha chiesto che gli sia inibito l’accesso, ciò sarà fatto senza dubbio e se fosse stato sorpreso quale poussettista o altro di poco corretto e perciò segnalato, gli sarà, quanto meno, rifiutato l’ingresso. Questo avviene nelle case da gioo, negli altri luoghi non conosco ma è certo quanto descritto.

Desidero lamentare la mancanza di una specifica legge che, purtroppo e dopo le alte e inascoltate sollecitazioni rammentate, mi pare, penso di non essere il solo, necessiti di una seria messa in cantiere. E mi chiedo per quale motivo non sia riconosciuta, In Italia, la professione di croupier.

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