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La zona bianca salva i casinò, ma quanti dubbi!

  • Scritto da Anna Maria Rengo

I casinò italiani si avviano alla riapertura, ma solo perché in zona bianca.

Oggi 31 maggio inizia, salvo imprevedibili catastrofi, l'ultima settimana di chiusura per i casinò di Venezia e di Sanremo. Dal 7 giugno infatti le loro regioni, Veneto e Liguria, passano in zona banca e questo farà venire meno la sospensione delle attività di gioco che invece, in zona gialle, è fissata sino al 1° luglio.

Bene, ma non benissimo. Riaprire a giugno (il 7, mentre il casinò di Saint Vincent dovrà probabilmente attendere sino al giorno 21) è comunque un danno gravissimo alle aziende, ai loro dipendenti e alle loro proprietà, che scontano una chiusura che si protrae da fine ottobre 2020 e che si aggiunge a quella della scorsa primavera, il tutto con scarsissimi ristori e con sostegni che nel caso del primo decreto hanno riguardato solo imprese con un fatturato 2020 inferiore ai 10 milioni di euro, quindi escludendoli. E se il gioco riapre, è solo perchè e se è in zona bianca.

Gli appelli e le pressioni, in verità portate avanti soprattutto dal gioco cosiddetto pubblico più che dai casinò, sono stati abbastanza inascoltati, se si pensa che dopo il gioco riapriranno solo le discoteche. Il bilancio, quindi, anche se finalmente la chiusura dei casinò sta per finire, è negativo, e la domanda è se la politica si è finalmente resa conto del "peso" economico e occupazionale dei casinò e del gioco legale, con l'auspicio di riservare al settore una maggiore considerazione in futuro.

Per quanto riguarda il gioco che fa capo dall'Agenzia delle dogane e dei monopoli, la risposta potrebbe anche essere un cauto "sì", tant'è che proprio oggi si è tenuto un open hearing nel quale il direttore generale Marcello Minenna ha esposto i principi generali del suo riordino, un processo atteso da anni e che si spera possa trovare nuovo slancio anche dopo e a seguito della pandemia. Ma per quanto riguarda i casinò? Hanno un "peso", non solo a livello individuale per i territori di riferimento ma anche collettivamente?

La domanda, sulla quale la risposta resta sospesa, ha comunque un peso maggiore soprattutto in queste ultime settimane, nelle quali le possibilità che la loro compagine torni a rafforzarsi con la riapertura del Casinò Campione d'Italia sembrano farsi più concrete, e nelle quali i sindacati nazionali sono tornati a sollecitare Federgioco a un confronto sul contratto collettivo nazionale di lavoro.

Certamente, sentire il governatore del Veneto Luca Zaia parlare, in più occasioni, di confronto con il governatore della Liguria Giovanni Toti, altra regione che ospita un casinò, tralasciando dunque l'ente regionale valdostano e la sua struttura peraltro regionale, fa pensare che sia a livello politico che aziendale l'unità tra le strutture non sia stata così salda. Così pure, aver visto i sindacati veneziani del Casinò scendere in piazza a fianco dei "colleghi" del gioco pubblico, mentre quelli delle altre due strutture non hanno aderito all'invito a manifestare presentato dalle segreterie nazionali dei sindacali, fa pensare che anche su questo tema, fare o no quadrato con i lavoratori sempre del gioco, ma non delle case da gioco, ci sia stata una divergenza di opinioni.

La riapertura dei casinò non significa in nessun caso la fine dei problemi e delle sfide da affrontare. E la pandemia ha messo a dura prova qualsiasi equilibrio personale e collettivo. Resta da vedere che cosa i casinò, intesi nella loro triplicità di portatori di interesse (società, lavoratori e proprietà) hanno "imparato" dalla sfida pandemica, e come la metteranno a frutto.

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