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Casinò Campione, Zorzi: 'Immobile iconico, diventi contenitore culturale'

  • Scritto da Stefano Zorzi

Le riflessioni di Stefano Zorzi, presidente di Fidartis Multifamily Office, sulla struttura progettata dall'architetto Mario Botta e che ospita il Casinò Campione.

Quando ero piccolo, mi avevano parlato dei maestri campionesi e delle loro meraviglie, prima fra tutte per i milanesi, e sotto gli occhi di tutti, l'opera del duomo di Milano. Li immaginavo quindi come degli gnomi, delle creature sapienziali che venivano dalle montagne e dai laghi della svizzera fino a noi per realizzare meraviglie non alla portata di tutti, come solo loro sapevano fare.. Purtroppo con l'età adulta tanti sogni e suggestioni si perdono, e così Campione è diventato ai miei occhi dapprima metafora dorata del bel mondo che gravitava intorno al gioco d'azzardo, una specie di Montecarlo nostrana, e poi con l'inesorabile sparizione di quell'allure scintillante del lusso abbinato alla classe e allo stile delle persone che lo esibivano (oggi perso per sempre, i "ricchi" veri o presunti che siano ci propongono ben altre e più sconfortanti immagini.. ) Campione è diventato un luogo di decadenza, decadenza che ha trovato il suo acme nel fallimento del Casinò e nelle conseguenti indagini delle Procure per bancarotta che ne hanno praticamente desertificato il territorio. Ci mancava anche il Covid di questi tempi, anche se forse le varie restrizioni e il "coprifuoco" oggi a Campione servono a nascondere meglio il suo doloroso e addolorato presente, e a rendere meno surreale un panorama che di fatto lo sarebbe stato vista la situazione già di suo..

Su tutto questo la grande mole del nuovo Casinò di Mario Botta, nato per essere sempre illuminato ed ora chiuso e spento chissà per quanto, appare nelle sue linee coraggiose e taglienti come una costruzione di Gotham City in attesa che Batman ripristini la legalità perduta.

Un immobile iconico, firmato da uno dei più grandi architetti della nostra epoca, un uomo capace di far "volare" volumetrie gigantesche..

Mario Botta è un uomo di quella terra, ed il leggere il dibattito su quella sua opera in questi giorni sulla stampa locale fino al milanesissimo Corriere della Sera, non mi fa solo pensare al classico detto "nemo profeta in patria", ma mi fa considerare quanto in poche righe si possano ribaltare valori, prospettive, segni...

A Milano Botta ha compiuto un piccolo miracolo col suo intervento alla Scala, dove ha realizzato con una maestria incredibile il rifacimento di tutta la macchina scenica del teatro in un modo praticamente... "invisibile"! Chiunque arrivi alla Scala da Brera passandole accanto non ha minimamente il senso di quella che per i volumi richiesti (e, qui si, necessari alle nuove ambiziose produzioni di quello che si è imposto come uno dei grandi teatri del mondo) sarebbe potuta essere una incombente presenza che offuscava il cielo. Con la sua maestria, la sua scelta certosina dell'accoppiamento dei materiali di rivestimento, del loro colore e delle loro opacità nella luce del panorama, il sapiente gioco dei vuoti geometricamente rigorosi che alleggeriscono volumi altrimenti incombenti che ne caratterizzano il suo personalissimo stile e che lo hanno reso celebre nel mondo -un'archistar diremmo oggi - Botta ha stravolto la Scala in punta di piedi lasciando intatta tutta la sua personalità promanante esclusivamente dalla frontespizio che si affaccia sulla piazza più cara ai milanesi davanti a Palazzo Marino e all'ingresso della Galleria che porta diretta in Piazza Duomo, dai nostri amati maestri campionesi.

Quanta umiltà e quanta maestria siano espresse in quell'intervento su quel prezioso teatro preesistente lo lascio giudicare a chi legge. Dico questo solo perchè da milanese mi fa sorridere l'immagine di Botta come un "cementificatore" delle rive campionesi.

Da trentino, invece, mi permetto di segnalare un altro intervento altrettanto noto del grande architetto ticinese, la realizzazione del Mart a Rovereto, un contenitore di arte che oltre ad essere l'esempio probabilmente più virtuoso di tutto ciò che un museo moderno deve oggi essere in termini non solo espositivi ma anche di servizi ai collezionisti che ad esso affidano in custodia temporanea o semipermanente le proprie opere. Ebbene il Mart a Rovereto se non fosse così ben indicato dai cartelli di accesso, un visitatore stenterebbe a trovarlo, con un accesso discreto tra le case sul corso che, come a Marrakesch, quasi segretamente conduce all'imponente realizzazione di un contenitore culturale maestoso, con un lucernario imponente sul suo agorà interno.. ancora una volta Botta impatta su una cittadina relativamente piccola come Rovereto con una discrezione tale da riuscire ad "incastrarvi" un museo formidabile per dimensioni, volumi, fruizione degli spazi.. qualcosa di orgogliosamente maestoso, come la cultura e la storia dell'arte che vi alberga e che trovando lì sede a Rovereto ha completamente cambiato i connotati di quella cittadina sulle rive dell'Adige, dove un'altra grande opera di ingegneria era stata realizzata dall'ing. Stolcis con una per allora futuribile condotta in pressione che attraverso la montagna consente di scolmare le acque dell'Adige in piena nel lago di Garda salvando Verona dalle periodiche alluvioni che la affliggevano e ne minavano la consistenza dei suoi palazzi d'arte. Tommaso Stolcis era mio nonno. Ma questa è un'altra storia.

Ciò che accade oggi è che opere imponenti della grande ingegneria e della grande maestria architettonica, opere tanto tanto importanti e ambiziose da cambiare l'intero contesto dove albergano, vengano sommariamente giudicate da alcuni sui giornali collegandole a fatti politici e gestionali le cui responsabilità albergano ovviamente altrove.

Ringraziate Botta che vi ha fatto un immobile iconico come solo lui è in grado di fare, lasciate perdere riflessioni postume e tardive sui metri quadri in eccesso, che non è nemmeno compito vostro tardivamente giudicare... Ma se non gliel'avete nemmeno fatto completare il suo progetto! Che tanto bene si sarebbe inserito nel lago, raccordandosi ad esso come una propaggine, come solo lui sa ambientare (lo abbiamo appena visto) le sue realizzazioni. Leggo nell'intervista della dott.ssa Piccaluga che rivendica almeno di non aver fatto realizzare il previsto anfiteatro antistante come da progetto. Davvero complimenti. Avete preferito fare di fronte un anonimo parcheggione che ancora di più rende massiva tutta l'imponente volumetria retrostante... ma negli anfiteatri si fa cultura, quello era un casinò, che c'entrava deve aver pensato qualcuno.. ma era proprio quella contaminazione che Botta voleva invece, quella nobilitazione, ci voleva tanto a capirlo? E, lasciatemelo dire, a rispettarlo? Amici campionesi, prendete atto che i tempi sono cambiati, chiedete all'archistar figlio della vostra di terra di aiutarvi a cambiarne con la sua tecnica e il suo ingegno destinazione d'uso, rispettate la sua maestria, fategli completare il suo progetto e fatene un ambizioso contenitore culturale, ma soprattutto curatene l'inserimento in un contesto circostante che sia di adeguato livello. la cultura, non temete muoverà anche i flussi finanziari, ancor più di un casinò. A Bilbao, un'altro archistar, Ghery, fece atterrare anche lì una incredibile ed enorme astronave targata Guggenheim in una piccola cittadina.. e quel territorio poi è veramente decollato, ma nel vero e proprio senso della parola: le compagnie aeree di mezzo mondo hanno fatto voli diretti per arrivarci.. Volete che i lombardi e gli svizzeri non girino le ruote delle loro auto o non organizzino dei semplici pullman per venire a vedere il nuovo Rinascimento di Campione? Il casinò potrà ancora esserci, è anch'esso parte della vostra storia, ma altrove: fuori i mercanti dal tempio! Siete i discendenti dei grandi maestri campionesi, gli eroici gnomi dei mie sogni di bambino che con la loro cassetta degli attrezzi partivano da lì per costruire altrove meraviglie inconcepibili ad altri.

Quelli erano i voi di oggi, non gli accalappia turisti del casinò. E supererete orgogliosamente questo momento. Il fallimento societario, il lavoro delle Procure della Repubblica sarà la vostra rinascita, anzi il vostro Rinascimento. Perchè quelli sono i geni che vi portate dentro. Sono i nostri migliori geni, più che altrove orgogliosamente Italiani.

L'AUTORE - Stefano Zorzi, ingegnere, è un noto imprenditore e collezionista milanese. E' presidente di Fidartis Multifamily Office. E' stato nel board della Fondazione Marino Marini e del Museo Marini di Firemze. E' l'autore del libro "Parola di Burri", edito da Electa Mondadori.

 

 

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