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Verso le elezioni, casinò tra silenzi e proclami

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Il prossimo fine settimana italiani alle urne, casinò i temi caldi su cui dibattere o da evitare.

Elezioni regionali in Liguria, in Valle d'Aosta e in Veneto. Elezioni amministrative a Campione d'Italia e a Venezia. Insomma, i cittadini delle "terre" d'Italia interessate, a vario titolo, dai casinò, sono chiamati alle urne per dire la loro e a decidere su quale sarà il futuro delle loro Regioni e dei loro Comuni di riferimento. E se la Regione Liguria e la Regione Veneto hanno un interesse tutto sommato indiretto in materia di casinò, essendo gli stessi di proprietà dei Comuni di Sanremo e di Venezia, e di competenza del ministero dell'Interno, la Regione Valle d'Aosta è, alla stregua del Comune lagunare e di quello, lombardo, di Campione d'Italia, possessore della licenza per l'esercizio del gioco d'azzardo, e diretta beneficiaria dell'andamento della Casa da gioco.

Ovvio dunque che i casinò siano materia delicata, in campagnia elettorale, tanto più in questo particolarissimo momento storico in cui anche le loro società di gestione, tutte peraltre pubbliche, soffrono e non poco a causa del coronavirus, che ha inferto un durissimo colpo all'attività. Ma fosse "solo" questione di Covid! La pandemia è infatti un problema generalizzato e gravissimo, che ha per esempio "costretto" il Comune di Venezia a rinunciare a buona parte degli introiti che, secondo convenzione, avrebbe potuto e dovuto trattenersi dal Casinò.

Stessi "problemi ordinari" anche a Sanremo, Casa da gioco che per prima si era organizzata per poter ripartire non appena fosse stata autorizzata, e che ha in programma una lunga serie di iniziative anche per il prossimo autunno. Ma la pandemia si aggiunge, nelle altre due case da gioco, a problemi peculiari e anch'essi gravissimi. Per quanto riguarda Campione d'Italia, il cui casinò è chiuso ormai dal 27 luglio del 2018, l'impossibilità di aver trovato una soluzione per poterla riaprire è diventato il tema centrale della campagna elettorale, con un'attenzione già altissima e che si è acuita dopo che il Viminale ha affermato che prima di percorrere qualsiasi strada occorre scrivere la parola fine alla vicenda fallimentare, che è in mano alla Cassazione. Parole non positive, almeno per chi pensava, con eccessivo ottimismo, che un sindaco avrebbe potuto, con una bacchetta magica municipale, riaprire la Casa da gioco. Tutt'altro! Non solo non potrà farlo Simone Verda o Roberto Canesi, ma neanche il premier Giuseppe Conte, sempre che ne avesse la volontà, potrebbe trovare una soluzione rapidissima.

Ma se un casinò è fallito, e nonostante la sentenza che ha disposto tale misura sia stata annullata non c'è verso di riaprirlo, ce n'è un altro che è sulla "buona" strada per arrivare a mandare a casa tutti i suoi dipendenti: quello di Saint Vincent, sul quale pendono ben due istanze di fallimento. Una a nome della Procura di Aosta, l'altra di due creditori insoddisfatti di quanto è stato loro previsto con il concordato, il cui decreto di omologa è stato peraltro annullato dalla Corte d'appello di Torino. In questo caso, il tema "casinò" è entrato pochissimo nella campagna elettorale, e i pochi che "hanno messo la faccia" sulla questione si sono limitati a dire che al momento la politica nulla può fare. Può solo aspettare l'esito giudiziario e, comunque, assicurare il massimo sostegno alle centinaia di lavoratori che vedono assai incerto il loro futuro.

Due modi di agire, di fare politica, decisamente differenti, anche se con motivazioni ragionevoli. Certo è che nè Campione d'Italia nè la Valle d'Aosta possono rinunciare facilmente ai propri casinò, e che la politica locale, in ogni caso, sarà destinata a occuparsene con puntualità, nella peggiore delle ipotesi, studiando dei percorsi di sviluppo che possano prescindere in tutto o in parte dalle lautissime entrate che sinora sono giunte nelle casse pubbliche grazie alle case da gioco, fonte anche di sviluppo occupazionale e turistico del territorio di riferimento.

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