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Casinò e turismo, l’eterna incompiuta

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Nella settimana più calda dell’anno torna d’attualità l’annoso tema del legame tra casinò e turismo.

I casinò possono essere, o no, uno strumento di promozione turistica? E avrebbe senso, in Italia, aprirne di stagionali? Sono temi che tornano d’attualità in questa calda settimana che culminerà con il Ferragosto, tradizionale festa in cui l’Italia intera si ferma e si trasferisce in spiaggia o in qualche baita montana.
Sicuramente nessuna località italiana può essere anche pallidamente paragonata a Las Vegas o a Macao, ma è innegabile che cittadine come Saint Vincent, o Campione d’Italia hanno largamente beneficiato (nel secondo caso, si deve purtroppo usare una forma verbale al passato) della presenza di un casinò, in grado di attrarre clienti e, in misura minore ma comunque significativa, anche turisti. Lo stesso vale per Sanremo e Venezia, la cui offerta turistica è di per sé molto ricca, ma al turista può non dispiacere avere una forma di svago serale alle slot o ai tavoli verdi, specie se la struttura ospitante e prestigiosa , storica e dall’alto valore artistico.
Tuttavia, la scelta del legislatore è stata storicamente quella di limitare fortemente il numero di casinò, visti più come strutture di frontiera che dissuadano i cittadini che proprio non resistono alla tentazione di giocare, dall’andare a farlo all’estero. E anche a livello locale la visione è stata quella di rivolgersi più ai giocatori che ai turisti, tant’è che il solo Casinò di St. Vincent ha da sempre avuto un hotel a sua disposizione a pochi passi (il Billia, anch’esso di proprietà regionale) fino alla scelta di fondere le due società e di creare un vero e proprio resort.
Sulla stessa lunghezza d’onda, il fatto che l’idea di aprire dei casinò stagionali, ovviamente in coincidenza con il “picco” turistico estivo, pur caldeggiata da qualche parlamentare, non è mai stata presa in considerazione. Difficilmente potrà accadere in questa legislatura, considerando la nulla simpatia che il governo gialloverde nutre per il gioco pubblico ma anche per i casinò... Campione, purtroppo, docet!


Resta comunque l’esigenza di incanalare legalmente la domanda di gioco, un’esigenza che dovrà, si spera, essere valutata anche nel riordino annunciato già con il decreto Dignità e che tuttora, nonostante fossero stati fissati sei mesi di tempo per dare forma al citato annuncio, è tutta da venire. Sicuramente, nei confronti del gioco occorre avere un approccio laico e realistico. Vietare tanto per vietare rischia di essere controproducente e dannoso, e vedere il gioco come il male assoluto, in grado solo di creare povertà e disperazione, nasconde un realtà che può anche essere sana e creare indotto economico, occupazionale e turistico.

 

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