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L’insostenibile pesantezza dell’essere campionese

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Giornate ancora drammatiche a Campione d’Italia, dove il casinò è chiuso e quasi tutti i lavoratori sono senza stipendio.

Politici e Vip assieme, per chiedere la riapertura immediata del Casinò Campione d’Italia, la cui chiusura, conseguente la dichiarazione di fallimento della società di gestione, ha letteralmente messo in ginocchio l’intera comunità. Cinquecento lavoratori senza stipendio da un giorno all’altro, che si aggiungono altri cento che lavorano in Comune, ma che non vengono pagati da febbraio. Una tragedia sociale che ha scosso l’opinione pubblica, ma alla quale non si è ancora trovata una soluzione concreta, nonostante le tante pubbliche dichiarazioni, peraltro improntate a prudenza e ponendo l’accento sui vincoli normativi che non solo impediscono la riapertura della Casa da gioco, sia pure in gestione provvisoria, ma anche la costituzione di una nuova società di gestione da parte del Comune.

Praticamente, a Campione d’Italia, in questa rovente estate non lavora, in maniera retribuita, quasi nessuno, fatta eccezione per quelle poche attività commerciali e ristorative che naturalmente non possono più contare sull’indotto turistico, fosse anche mordi e fuggi, creato dal Casinò.
Ma il governo, come sollecitato da più parti, avrà voglia di intervenire in maniera decisa e urgente sul Casinò? I ministri Salvini e Di Maio metteranno mano, come richiesto, a un decreto per consentire la riapertura? Certamente il governo gialloverde non si sta mostrando favorevole al gioco, e ha anzi messo in atto, con il decreto Dignità, interventi assai restrittivi e pesanti che danneggiano anche le Case da gioco e in particolare quella campionese, che traina il turismo locale e non si avvantaggia di certo di quello creato da altre attività. C’è anche da ammettere che, seppure l’enclave sia stata “colpita” da fenomeni non dipendenti dalla sua volontà, come appunto la fluttuazione del cambio euro-franco, se si è nella situazione attuale è anche per parole, opere e omissioni di cui gli amministratori che si sono succeduti hanno diretta responsabilità, che dunque fanno sì che lo stato d’animo generalizzato, e governativo in particolare, non sia esattamente quello di andare a soccorrere un comunello pressoché raso al suolo da un terremoto.
Le responsabilità dovranno essere accertate, ma di sicuro non si può e non si deve dimenticare che a fare le spese sono i dipendenti del Casinò, che dopo aver pagato di tasca propria il risanamento della società hanno, come unico risultato, quello, estremamente beffardo, della chiusura della sede. Sei anni di sacrifici vani, uno scenario nero nel brevissimo periodo e assai incerto in quello di medio termine. È ancora una volta tristemente vero che a pagare sono sempre gli ultimi, in questo caso una “casta” di privilegiati che ormai non c’è più motivo di volere chiamare o ritenere tale. E già. Il governo del cambiamento, quello che intende lottare senza quartiere contro la lobby del’azzardo, ora si trova a dover fare i conti con uno scenario imprevisto, tragico, ma che ha a comunque a che fare con il gioco. Speriamo si ricordi che si sta parlando di cinquecento famiglie e del destino di una comunità che, probabilmente a torto, ha puntato tutte le sue chance di benessere su un’unica attività produttiva. Il gioco, appunto.
 
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