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La difficile ripartenza dei casinò italiani dopo il lockdown

  • Scritto da Mauro Natta

L'esperto Mauro Natta analizza il difficile momento vissuto dai casinò italiani nel periodo successivo alla chiusura forzata.

 

 

Quanti risultano i ricavi dei casinò italiani appena riaperti e quale la qualità? Sicuramente non si possono esprimere che opinioni; non disponiamo di alcun precedente, le risultanze di questi pochi giorni probabilmente consentono una prima indicazione di come il trend possa evolversi, di quali azioni intraprese sono state le più fruttuose e, ed è questa un importantissimo rilevo, la qualità sia della domanda sia della partecipazione.
Non pare che ci possa nascondere, più che altro per il prosieguo dell’attività, che la limitazione dell’uso del contante può aver influito e possa continuare a farlo sul trend del mercato. Correre, eventualmente, allo studio di rimedi alla nuova situazione sarà un compito al quale nessuna gestione potrà sottrarsi.
Non ritengo si possa nascondere che l’obbligata lentezza della partita, chi più chi meno, ha prodotto un calo nella produttività solitamente coniugabile con la velocità e precisione di esecuzione. Questo è una conseguenza logica delle modalità imposte giustamente dai protocolli. E’ più che una certezza. La situazione attuale dopo la riapertura non è la sola ma è ben altra cosa di quella precedente.

LA STORIA - Il clima degli anni '30, il periodo d’oro del casinò di Sanremo finì bruscamente, era scoppiata la guerra. Precisamente il 16 giugno del 1940 in concomitanza con l’entrata in guerra dell’Italia furono sospese le autorizzazioni al gioco d’azzardo. Già allora il casinò era il sito dove si svolgevano eventi culturali di grande rilevo internazionale. Nel settembre del 1948, in occasione del Congresso nazionale della stampa si ebbe le presenza del Presidente della Repubblica. Oggi continueranno, spero, gli incontri letterari a cadenza settimanale.
Ma lasciamo la storia e torniamo a una situazione che ci vede reduci da una guerra o, forse, da una prima battaglia da considerarsi vinta.
 
IL CASO CAMPIONE - La situazione di Campione d’Italia, come si può notare, è spesso all’ordine del giorno, molti aspetti e risvolti, anche economici, sono all’esame del Commissario, in Parlamento sono presentate iniziative volte a riprendere seriamente le problematiche che perdurano da troppo tempo e sono alla ricerca di una soluzione che non può e non deve tardare. L’unica certezza penso, e mi pare più che giusto, risiede nel fatto che quanto è accaduto in un passato più o meno recente non deve ricadere sugli abitanti. Certamente, e questa non è solo una speranza, si dovrà trovare una strada percorribile per ridare ad un territorio condizioni economiche accettabili. Pareri in tema di riapertura sono stati redatti in un recente passato e se la problematica farà capo all’Onorevole Pier Paolo Barretta, sicuramente un notissimo esperto della materia, una soluzione sarà individuata nel chiaro interesse di tutte le parti in causa.
 
LA REALTA' DI SAINT-VINCENT - Ritorno per un attimo alla storia per ricordare due avvenimenti: l’introduzione dei cosiddetti giochi americani a Saint-Vincent che fu il primo casinò in Italia e che sono in esercizio ancora oggi in tutte le case da gioco italiane e la nascita di una rivista, a Sanremo, che ha avuto una brevissima vita. Dal febbraio del 1981 per soli otto numeri. “Il Biribissi” era il titolo della pubblicazione ed era la rivista ufficiale del locale casinò, una creatura del Signor Antonio Semeria. Il direttore responsabile era la scrittore Piero Chiara e il titolo pareva fosse stato ispirato da un antico gioco in uso a Venezia alcuni secoli or sono, un gioco che qualcuno, come me, considera un antenato della roulette. L’intervallo storico, più che altro per snellire la lettura, è temporaneamente sospeso per tornare alle conclusioni del primo Commissario - se non erro il Dottor Bruschi - che aveva ipotizzato le possibili forme per la riapertura della casa da gioco di Campione.
Mi permetto di esporre una proposta applicabile alla attuale situazione. La concessione alla casa da gioco è indubbiamente del Comune e la gestione può essere affidata nella forma che meglio si crede ad una società a capitale misto. E’ più che normale che da parte pubblica, a tutti i livelli, siano messi in azione tutti i mezzi per accertare le qualità del capitale privato. Al Comune rimane la partecipazione di minoranza e l’obbligo del controllo e della soddisfazione di ogni clausola contrattuale.
Un CdA formato da esperti del ramo, un Ad di nomina della maggioranza e un ristretto numero di persone alle quali affidare la politica produttiva ecco l’indispensabile. Il personale, invece, è già disponibile, forse si renderà necessario adeguarlo al nuovo; ma ciò che rileva maggiormente è la professionalità dello stesso, la conoscenza della clientela di due anni or sono e la concreta possibilità di incrementarla. Mi sento obbligato a ripetere ciò che diceva mio nonno: il porto lo fanno i marinai. Il materiale è, salvo qualche piccolo intervento di revisione, presente in azienda e, reperito quanto indispensabile capitale e forma esecutiva, non pare esistano condizioni ulteriori per prendere tempo. In tema di attrezzatura di gioco perché non imitare la partecipazione societaria che hanno fatto altri? Mi viene a mente la Casinos Austria. Chi di dovere dovrebbe intervenire esprimendosi sui tempi e sui modi, gli abitanti di Campione hanno il diritto, mi pare, di conoscere il loro futuro.
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